domenica 2 aprile 2017

Tarte au citron meringué

Da quando abitiamo a Torino fare una gita oltre confine in Francia non è poi così difficile. In auto si fa prima ad arrivare in Provenza o nel Luberon che a Roma. Così ogni tanto, approfittando di un fine settimana lungo o di un ponte ci regaliamo un giro nella campagna francese. Evitiamo con cura la Costa Azzurra e procediamo verso le dolci colline francesi, punteggiate di piccoli mas in pietra con le persiane color pastello e illuminate da un cielo di un azzurro speciale. Gli obbiettivi di queste piccole gite sono sempre gli stessi: passeggiare nel verde respirando aria pulita e profumata – Torino è davvero tanto inquinata alla fine dell’inverno, scoprire qualche oggetto vecchio nei mercatini di bric à brac da portare a casa come souvenir, fare tante foto e trovare un posto carino per la cena. Di solito al pranzo non dedichiamo mai troppo tempo, spesso acquistiamo una baguette croccante un sacchetto di olive e formaggio fresco da spalmare sul pane, cercando di non fare troppi pasticci. Ma la cena fatta ‘come si deve’ è parte integrante della vacanza.
Una delle cose che mi stupisce sempre è quanta attenzione dedichino i francesi a fare in modo che mangiare sia un vero piacere anche per gli occhi. Non sono un'appassionata di cucina francese, a mio modestissimo parere il cibo italiano, quando è fatto bene è decisamente migliore, ma in una cosa ritengo i francesi insuperabili: nel modo assolutamente affascinante e curato con cui sanno sistemare la tavola e presentare i loro piatti. Anche nel più piccolo locale sperduto nella campagna si trovano tavole apparecchiate con grazia: magari senza tovaglia, con semplici stoviglie di coccio, ma i bicchieri – ad esempio – non sono mai messi a caso, ma scelti in un colore a contrasto con le stoviglie oppure ci sono fiori freschi in tavola o rametti di erbe profumate legate da un filo di rafia e appoggiate con disinvoltura sui tovaglioli, perfettamente piegati e appoggiati alla sinistra del piatto. Il menu, se previsto è scarabocchiato con il gesso su una lavagna appesa alle pareti, più spesso è recitato a memoria dal cameriere che viene a prendere le ordinazioni. In genere solo pochi piatti, rigorosamente preparati con prodotti del territorio: qualche antipasto, due o tre piatti principali a base di carne o pollo e l’immancabile dessert. I piatti arrivano in tavola sempre ben curati, mi colpisce ogni volta l’attenzione che i francesi dedicano ai particolari, si ha l’impressione che anche nelle cucine di questi piccoli locali a gestione familiare – paragonabili alle nostre trattorie di campagna – ci siano chefs che hanno studiato a Parigi, invece che semplici cuoche di campagna. Le verdure sempre tagliate in pezzi regolari e tutti uguali, se ordinate una vellutata sarà guarnita con un ricciolo di crème fraiche perfettamente riuscito…insomma sono proprio bravi. E danno il meglio nei dessert, per i quali mi sembra perfetta la definizione presa a prestito dagli inglesi di ‘decadent dessert’, in poche parole… irresistibili. La lingua francese sembra fatta apposta per rendere goloso il nome dei dolci ‘molleux au chocolat’ è molto più attraente di ‘morbido al cioccolato’, ‘tarte aux fraises’ suona più croccante e zuccherino di crostata alla fragole e così via. Qualunque cosa ordiniate vi arriverà un piccolo gioiello, da fotografare prima di mangiarlo. Uno dei miei dessert preferiti è questa tarte au citron, in genere la pasta è una brisée leggerissima che scrocchia quando si rompe con il cucchiaino, la crema ha il gusto pungente del limone vero, non dell’essenza di limone e il ciuffo di meringa è talmente perfetto che è quasi un peccato romperlo.

La mia versione di questa torta è fatta con una frolla sottile perché non ho una buona ricetta per fare la pasta brisée, mi viene sempre insipida. Per la crema preferisco usare succo di limone, invece dell’essenza che – mi sembra - dà alla crema un aroma eccessivo e un po’ artificiale, ma qui dipende dai gusti.
Questa tarte è dedicata alla mia amica, quella che abbiamo soprannominato ‘la Principessa’: venerdì 31 era il suo compleanno.



TARTE AU CITRON MERINGUE


Ingredienti per 4 crostatine (diametro degli stampi 8 cm circa):


Per la base di pasta frolla:
90 gr di farina 00
40 gr di burro freddo
40 gr di zucchero a velo non vanigliato
1 tuorlo d’uovo
1 pizzico di zenzero in polvere (pochissimo, la punta di un cucchiaino)


Per la crema al limone:
300 ml di latte intero
2 tuorli d'uovo
100 gr di zucchero semolato fine tipo Zefiro
30 gr di farina ‘00’
1 limone bio (succo e buccia)


Per la meringa:
1 albume
lo stesso peso dell’albume (20 gr circa) di zucchero a velo
lo stesso peso dell’albume (20 gr circa) di zucchero semolato fine, tipo Zefiro

Prepara per prima la pasta.
In una ciotola mescola con un cucchiaio di legno lo zucchero a velo e il burro a pezzetti.
Appena il composto è amalgamato, aggiungi il tuorlo e per ultima la farina setacciata e impasta fino a quando tutti gli ingredienti sono ben amalgamati, ma senza scaldare troppo la pasta con le mani.
Togli l’impasto dalla ciotola, forma una palla, avvolgila nella pellicola e lascia riposare in frigorifero per due ore.
Mentre la pasta riposa prepara la crema.
Metti a scaldare il latte in una casseruola con la scorza del limone, lavata e asciugata e tagliata grossolanamente facendo attenzione non asportare la parte bianca.
Togli dal fuoco prima che inizi a bollire e lascia intiepidire il latte.
Utilizzando una forchetta, sbatti i tuorli con lo zucchero.
Quando il composto è spumoso, unisci la farina setacciata. Amalgama con una frusta. Filtra il latte per eliminare la buccia di limone e aggiungilo a filo al composto di uova, facendo attenzione e non formare grumi.
Versa di nuovo tutto nella pentola e metti sul fuoco a fiamma dolce continuando a mescolare con la frusta, fino a quando la crema comincia ad addensarsi (non deve essere troppo compatta).
Fuori dal fuoco aggiungi 5 o 6 cucchiai di succo di limone (assaggia e regola secondo il tuo gusto), lascia intiepidire la crema e copri con pellicola a contatto, fino al momento di utilizzarla. Appena fredda puoi metterla a riposare in frigorifero.
Prepara la meringa.
Mescola i due tipi di zucchero, in modo da ottenere un unico mix.
In una ciotola metti l’albume  e inizia a sbattere con l’aiuto delle fruste elettriche o di una planetaria. Appena l’albume inizia a diventare un po’ spumoso aggiungi il composto di zuccheri in tre fasi successive (un terzo alla volta) senza mai smettere di sbattere e utilizzando le fruste o il mix a velocità elevata.
L’obbiettivo è quello di ottenere una meringa soda e compatta, la prova ‘classica’ è verificare che la meringa rimanga attaccata alla ciotola quando questa viene inclinata… o addirittura capovolta!
Quando la meringa è pronta, trasferiscila in un sac à poche e mettila in frigo fino al momento di utilizzarla.
Trascorso il tempo di riposo della pasta, accendi il forno a 160 gradi.
Stendi la pasta tra due fogli di carta da forno e rivesti 4 stampini monoporzione (i miei hanno diametro cm 8).
Bucherella il fondo di pasta con una forchetta e fai cuocere in forno i gusci di pasta per 20 minuti, sfornali e lasciali raffreddare (non toglierli subito dagli stampini perché rischiano di rompersi).
Poco prima di servire, accendi il grill del forno a 200 gradi.
Riempi i gusci di pasta ormai freddi con una dose generosa di crema al limone, completa ogni crostatina con un ciuffo di meringa e passalo sotto il grill per 10 minuti o fino a quando la meringa comincia a prendere un bel colore dorato.
In alternativa all’uso del grill, puoi brunire la meringa con una torcia da pasticcere, quelle che si usano per caramellare lo zucchero.
Servi tiepide o a temperatura ambiente.






EASY: mi piacciono molto servite come dessert per il pranzo di Pasqua, accompagnate da un bel pezzo di cioccolato fondente che proviene dalla apertura dell’uovo di Pasqua.


CHIC: uno dei miei pasticceri torinesi preferiti le fa piccole come friandises, sono un’idea carina per il tè del pomeriggio di pasquetta, se piove e si è costretti a stare in casa (e per qualsiasi altro pomeriggio di tè in primavera).


lunedì 20 marzo 2017

Minestra di orzo rape e radicchio

Ci sono vacanze che restano nel cuore… anche se qualcosa è andato storto, riescono a rimanere nei ricordi come momenti di particolare magia. Qualche anno fa a fine agosto abbiamo deciso di trascorrere l’ultimo scampolo di ferie – meno di una settimana – in montagna. Certo la scelta di andare in montagna a fine agosto è un po’ a rischio pioggia e freddo, ma siamo partiti ugualmente. Avevamo scelto un albergo particolarmente confortevole, ai margini di un bellissimo bosco e piuttosto distante dai centri abitati. Per gustare silenzio e pace prima di ricominciare con la solita vita di treno-ufficio-riunioni-treno. Avevamo scelto l’albergo su internet e per quanto lo avessimo immaginato grazioso, non ci aspettavamo che lo fosse così tanto: curatissimo, con la facciata bianca illuminata da decine di vasi di fiori viola e rossi, il tetto di legno spiovente, la camere spaziose e accoglienti e una colazione perfetta al mattino. Tutto intorno un prato verde brillante disseminato di panchine e tavoli di pietra sui quali la sera brillavano minuscole candele. Tutto quel verde a fine agosto .. ci doveva un po’ insospettire. Di fatto è piovuto tutti i giorni. Partivamo la mattina per la nostra passeggiata sotto un cielo grigio ferro e dopo due ore indossavamo di corsa le giacche da pioggia. Rientravamo in albergo nel primo pomeriggio infreddoliti, fradici e con gli scarponi incrostati di fango. Certo avremmo potuto rinunciare del tutto a passeggiare e trascorrere le giornate a leggere di fronte al camino, già acceso a fine agosto. Ma poichè siamo molto testardi, avevamo deciso che quella doveva essere una vacanza di trekking e così è stata. Abbiamo dovuto rinunciare a fare i sentieri che ci eravamo programmati e scegliere passeggiate meno impegnative, abbiamo preso tanto freddo e scattato foto orribili con una luce grigiastra che avvolgeva tutto. Eppure la ricordiamo come una vacanza speciale. Ogni pomeriggio alle 5 la signora che gestiva l’albergo serviva tè e cioccolata calda in un minuscolo salotto riscaldato da un grande camino, insieme al tè fette di torta fatte in casa – ottima una torta di mele di cui non ho mai scoperto la ricetta -, pasticcini mignon e biscotti. E visto che io sono una che ama le attese..  accettavo anche di passeggiare sotto l’acqua sapendo che al ritorno mi aspettava una merenda così piacevole e golosa. Dopo cena in questo stesso salottino era possibile trascorrere la serata a leggere ascoltando musica. Nelle poche ore senza pioggia potevamo prendere in affitto una bicicletta e arrivare al paese più vicino per curiosare nelle viette lastricate di pietra. La sera la cena era sempre ottima, servita puntualmente alle 19,30 (non più tardi) su tavole apparecchiate con tovaglie bianche, stoviglie beige e sempre un piccolo mazzo di fiori al centro. Ammetto di essere una appassionata di ‘apparecchiature curate’ e una tavola apparecchiata con gusto mi affascina sempre e mi fa sembrare quello che mangio ..ancora più buono – una piccola fissazione un po’ folle, lo so. Tra i miei primi piatti preferiti c’era una minestra di orzo, rape e radicchio. Non ho avuto il coraggio di chiederne la ricetta alla signora ed ho cercato di rifarla simile, forse quella originale ha nel soffritto iniziale anche un po’ di lardo o speck, perché il gusto finale è più corposo e intenso, io mi sono limitata ad una versione più leggera da fare ogni volta che si vuole. Anche adesso servita magari tiepida, nelle ultime serate un po’ fredde prima che la primavera arrivi del tutto.

MINESTRA DI ORZO RAPE E RADICCHIO



Ingredienti per 4 persone:
160 gr di orzo perlato
1 grossa rapa
1 cespo di radicchio rosso di Chioggia
1 carota
2 coste di sedano
1 piccola cipolla di tropea
1 litro di brodo vegetale
5 cucchiai di olio extra vergine di oliva e se piace un po’ da aggiungere a crudo prima di servire
Parmigiano grattato per servire

Metti l’orzo a bagno in una zuppiera e sciacqualo fino ad ottenere un’acqua limpida.
Sbuccia la carota e la cipolla e pulisci le coste di sedano togliendo i filamenti.
Lava queste verdure, affetta la cipolla sottile e trita sedano e carota in cubetti, a me piace farli non piccolissimi in modo da vederli e sentirli una volta cotti.
Metti in una pentola capiente (quella in cui cuocerai la minestra) le verdure del soffritto, 5 cucchiai di olio extravergine di oliva e fai insaporire a fiamma bassissima.
Nel frattempo sbuccia la rapa, lavala e tagliata a cubetti di circa 1 cm di lato.
Aggiungi i cubetti di rapa al soffritto, lascia insaporire qualche minuto e copri con il brodo bollente.
Appena la minestra comincia a bollire aggiungi l’orzo scolato dall’acqua, copri con un coperchio e lascia cuocere a forma bassa per 35 minuti.
Mentre la minestra cuoce, lava il radicchio, elimina le coste più dure e tampona le foglie con carta da cucina per eliminare l’umidità. Taglialo in striscette sottili.
Trascorso il tempo di cottura della minestra, aggiungi nella pentola il radicchio, mescola bene e lascia cuocere ancora 7/8 minuti, in modo che il radicchio si ammorbidisca un po’, ma senza cuocere davvero.
Aggiusta di sale se necessario, togli dal fuoco e servi con abbondante parmigiano e, se piace un filo di olio a crudo.


EASY: per un gusto più deciso: metti in una padella antiaderente qualche fetta di speck tagliata a dadini, fai abbrustolire fino a che diventa croccante e servi la minestra cosparsa questi dadini croccanti al posto del parmigiano.



CHIC: è una minestra un po’ rustica, per presentarla in modo più particolare puoi aggiungere sul piatto a fine cottura un ciuffo di radicchio tradivo cotto alla piastra e condito con un filo di olio sale e (se piace) pepe. Da accompagnare rigorosamente con un bicchiere di ottimo vino rosso e un dessert di mele e meringa. Per una cena a due, semplice ma che ricordi una vacanza speciale.



martedì 28 febbraio 2017

Tortelli di frolla e mele per Carnevale

Non ho mai amato le feste di Carnevale. Fin da bambina ero super timida e l’idea di vestirmi da maschera mi atterriva. Ho una ‘bellissima’ foto, avrò avuto forse 6 anni, io e mia sorella mascherate da Primavera con un vestito coloratissimo, svolazzante e pieno di fiori e farfalle, la sottogonna di tulle che lo rendeva un po’ da principessa e le maniche lunghe orlate di trina. Abbiamo entrambe in mano un panierino pieno di coriandoli, lei ride allegrissima io piango disperata. Questa era la mia visione del Carnevale da bambina.
Per quello che ricordo io, ho partecipato ad un’unica festa di Carnevale, a parte quelle ‘obbligatorie’ organizzate dalle maestre dell’asilo e poi della scuola. Quando facevo la terza media, la mia compagna di banco organizzò la festa del suo quattordicesimo compleanno proprio il giorno del sabato di Carnevale. Non so perché ci tenessimo così tanto a festeggiare i 14 anni, ma non potevo mancare. Ovviamente la festa era in maschera e ovviamente non erano ammesse partecipazioni .. in borghese. Così fui costretta a improvvisare qualcosa che non fosse troppo distante dal mio abbigliamento consueto, niente trucco paradossale, abiti coloratissimi e strani o cappellini di carta. Non avevo nemmeno una dose sufficiente di humor per scegliere una maschera ‘maschile’, che so, cow boy o cose del genere. Decisi di vestirmi da ballerina forse o da piccola principessa, non ricordo che titolo avessi dato alla mia maschera. Avevo un maglioncino di angora bianco (che portavo regolarmente sui jeans perché all’epoca vivevo in jeans) ed ero riuscita a procurarmi non so dove una sottana di tulle azzurro pallido lunga ben oltre il ginocchio. Avevo scelto un paio di ballerine di pelle lucida celeste cielo che avevano un piccolo pon pon argentato sulla punta e mia mamma con grande pazienza mi aveva applicato sul tulle della sottana una quantità di stelle argentate. A pensarci ora era una maschera davvero graziosa. Di quella festa ricordo solo tre cose: che i genitori della mia amica avevano trasformato il giardino della loro casa in un bosco di rificolone (le lanterne di carta coloratissime che fanno parte della tradizione fiorentina), sembrava una foresta incantata, che fino all’ora di cena quando i miei genitori vennero a prendermi rimasi seduta a mangiare noccioline in una poltroncina vicino al camino acceso perché avevo freddo, che appena arrivata a casa mi sentii male, forse a causa delle troppe noccioline o dell’influenza. Quella è stata la mia prima e ultima festa di Carnevale (anche se mai dire mai nella vita, ma non è il mio genere). Questo non significa che non mi piaccia il Carnevale, ogni martedì grasso a casa nostra si cena con un antipasto leggero, un piatto di verdure e una quantità di dolci che per due è davvero esagerata. Non possono mancare i cenci fritti, piccoli bomboloni ripieni di marmellata e da qualche anno ho inserito nei miei dolci tradizionali questi tortelli di frolla ripieni di mele, li ho sperimentati variando il ripieno, ma questa versione è quella che preferisco.




TORTELLI DI FROLLA E MELE




Ingredienti per 10 tortelli (il numero dipende dal diametro dello stampino utilizzato, il mio è 5 cm):

Per la frolla:

80 gr di burro
80 gr di zucchero a velo
2 tuorli di uovo
200 gr di farina ‘00’
1 pizzico di zenzero in polvere

Per il ripieno:
1 mela renetta
1 limone bio
1 cucchiaino di caffè di cacao amaro in polvere
1 pizzico (generoso) di cannella
15 mandorle private della buccia

In una terrina mescola il burro a temperatura ambiente con lo zucchero a velo e lo zenzero.
Appena il composto si amalgama aggiungi i tuorli d’uovo. Mescola rapidamente e inserisci la farina setacciandola sul composto, poco alla volta. Aggiungi farina fino a quando la pasta è lavorabile con le mani (potrebbero bastare 180 gr, dipende dalla grandezza delle uova).
Trasferisci l’impasto su un piano infarinato e impasta rapidamente formando un panetto.
Avvolgilo nella pellicola e metti a riposare in frigorifero per almeno 2 ore.
Mentre la pasta riposa in frigorifero prepara il ripieno.
Lava e sbuccia la mela, tagliando ogni spicchio in cubetti piuttosto piccoli (altrimenti sarà difficile chiudere i tortelli se la mela è affettata troppo grande).
Metti i cubetti di mela in una terrina, aggiungi la buccia del limone grattugiata, un cucchiaio o due di succo di limone per non fare annerire la frutta e il cacao amaro. Amalgama tutto e metti a riposare in frigo.
Tosta le mandorle in una padellina antiaderente per qualche minuto, in modo che diventino un poco abbrustolite e croccanti. Quando sono tiepide tagliale grossolanamente.

Trascorso il tempo di riposo della pasta, accendi il forno a 160 gradi.
Stendi la pasta su un piano infarinato in una sfoglia abbastanza sottile.
Usando un tagliapasta (io di solito li faccio rotondi, ma sono molto belli anche rettangolari) ricava 20 cerchi di pasta.
Aggiungi le mandorle alle mele e metti un cucchiaino di questo composto su metà dei cerchi preparati (se il composto di mele avanza, puoi farlo cuocere rapidamente in una pentolina e servire a parte con del gelato). Sovrapponi a ciascuno dei cerchi con il ripieno un altro disco di pasta in modo da chiudere i tortelli, sigilla bene con le mani e metti i tortelli in una teglia foderata di carta da forno.
Fai cuocere in forno già caldo per 20 minuti o fino a quando i tortelli avranno un colore dorato.
Servili tiepidi o freddi (non caldi) spolverati di tanto zucchero a velo.
Si conservano solo un giorno in una scatola di latta per biscotti.

EASY: da preparare per una festa di Carnevale tra bambini, un po’ più leggeri dei soliti dolci fritti (che però sono buonissimi!).



CHIC: da servire con il tè e pochissima panna appena montata anche alle mamme dei piccoli invitati e alle amiche di sempre.


domenica 19 febbraio 2017

Composta di frutta cotta e melagrana

Hygge. Da qualche mese questa parola si legge un po’ ovunque: sui blog (di lifestyle, cucina, arredamento e design…), sulle riviste e sui quotidiani, sugli scaffali delle librerie, in cui compaiono di continuo nuovi libri dedicati all’hygge. Hygge, lo dicono tutti lo ripeto anche io è una parola danese difficile da tradurre – a me viene in mente coziness, ma forse non è la stessa cosa – indica una filosofia di vita che spiega perché i danesi sono uno dei popoli più felici della terra – almeno secondo le statistiche. Hygge è la capacità di apprezzare i piccoli piaceri lenti della vita, quelli legati alla sfera della famiglia, della casa, delle amicizie e trovare in questi una fonte di serenità. Tanto per fare qualche esempio: hygge è una cena ben apparecchiata con tante candele accese sulla tavola, hygge è una tazza di tè e un libro in un pomeriggio piovoso, hygge è fare due chiacchiere con un’amica con una fetta di torta e una tazza di cioccolata calda, un pic nic a due sulla riva di un fiume per festeggiare l’inizio della primavera, raccogliere conchiglie passeggiando sulla spiaggia in un pomeriggio ventoso di autunno. Per me hygge è anche impastare il pane o preparare un dolce profumato di vaniglia nel silenzio totale della mia cucina, cosa di cui – il silenzio – ho spesso immenso bisogno quando torno a casa.
Naturalmente un libro sull’hygge (anzi due) l’ho acquistato anche io perché ero curiosa. All’inizio mi sembrava un po’ ingenuo, ricco di immagini di tazze fumanti, plaid soffici dai colori tenui fotografati sui divani, camini accesi in stanze dalle cui finestre si intravedono giardini innevati. Ci sono indicazioni di cose da fare per sentirsi hygge in ogni stagione, addirittura ricette hygge, una specie di manuale della felicità a portata di tutti, in cui, pare, le parole più gettonate sono candele, camino e cioccolata. Poi ci ho pensato bene, al di là di questa apparente ingenuità, c’è davvero qualcosa da imparare. Per come la vedo io non esistono cose o situazioni hygge: di per sé una tazza di tè non è hygge, per quanto deliziosa sia la miscela scelta, hygge è riuscire a vivere quell’attimo del pomeriggio come un momento di pace totale da dedicare a se stessi o da condividere con mamma e sorella o con l’amica del cuore. Certo l’hygge non può essere una via per la felicità – sarebbe troppo facile – ma un suggerimento molto utile per non farsi sopraffare dai problemi della vita quotidiana, ogni tanto rallentare il ritmo, concedersi qualche piacere slow e sentirsi davvero soddisfatti nel farlo. A questa ricetta tutta danese di candele accese (per quanto io le adori!) aggiungerei qualcosa di più mediterraneo come un pizzico di ironia e di spensieratezza, ingredienti a mio parere indispensabili per affrontare la giornata con un po’ di leggerezza.
Naturalmente è hygge qualsiasi comfort food e divertirsi nel cucinarlo, magari in compagnia. Questa composta di frutta è ispirata ad una ricetta di Elle a Tavola che ho adattato ai nostri gusti. La ricetta originale utilizzava ‘frutta antica’ e un po’ di Marsala, niente zucchero. Io ho aggiunto gli alchechengi e le arance pelate al vivo Divertitevi a speziarla con gusti diversi, anice stellato, chiodi di garofano, cardamomo o cannella, da scegliere in base all’umore della giornata o mischiandoli tutti insieme. Trovo che sia molto buona servita tiepida come dessert a fine pasto. Con o senza candele accese.


COMPOSTA DI FRUTTA COTTA E MELAGRANA




Ingredienti per 4 persone:

2 mele renette
2 pere decana
4 arance
20 alchechengi (se piacciono e se li trovate)
2 cucchiaini da caffè di zucchero di canna
2 stecche di cannella
mezza melagrana

Spremi due delle arance e metti il succo filtrato in un pentolino con lo zucchero di canna e le stecche di cannella.
Lava gli alchechengi e privali delle foglie (è un peccato, lo so, sono bellissimi; al limite puoi tenerne qualcuno da non cuocere e aggiungere per la decorazione finale).
Lava e sbuccia le mele e le pere, privale del torsolo e taglia la polpa a pezzi (non troppo piccoli) di dimensioni simili, in modo che cuociano in maniera uniforme.
Sbuccia le altre due arance e pelale al vivo, eliminando tutte le parti bianche i semi e i filamenti. Taglia ogni spicchio in due parti.
Aggiungi tutta la frutta, tranne le arance, nella pentolina con il succo di arancia e fai cuocere coperto per 5 minuti a fuoco basso.
A questo punto aggiungi anche le arance e lascia cuocere a fuoco lento fin quando la frutta sarà tenera (circa 10/15 minuti).
Mentre la composta cuoce preleva i chicchi dalla mezza melagrana.
Quando la frutta è pronta, togli dal fuoco, lascia intiepidire e servila con i chicchi di melagrana.



EASY: mi piace prepararla per la colazione della domenica. Fatta la sera prima e servita tiepida. In questo caso sostituisco la melagrana con qualche prugna essiccata che faccio cuocere con il resto della frutta.




CHIC: servita come dessert a fine pasto, accompagnata da un cucchiaio di crema inglese aromatizzata con la scorza di un limone bio. Servite la frutta nelle coppette e lasciate la crema in una salsiera in modo che ognuno possa aggiungerla a suo gusto.