domenica 2 aprile 2017

Tarte au citron meringué

Da quando abitiamo a Torino fare una gita oltre confine in Francia non è poi così difficile. In auto si fa prima ad arrivare in Provenza o nel Luberon che a Roma. Così ogni tanto, approfittando di un fine settimana lungo o di un ponte ci regaliamo un giro nella campagna francese. Evitiamo con cura la Costa Azzurra e procediamo verso le dolci colline francesi, punteggiate di piccoli mas in pietra con le persiane color pastello e illuminate da un cielo di un azzurro speciale. Gli obbiettivi di queste piccole gite sono sempre gli stessi: passeggiare nel verde respirando aria pulita e profumata – Torino è davvero tanto inquinata alla fine dell’inverno, scoprire qualche oggetto vecchio nei mercatini di bric à brac da portare a casa come souvenir, fare tante foto e trovare un posto carino per la cena. Di solito al pranzo non dedichiamo mai troppo tempo, spesso acquistiamo una baguette croccante un sacchetto di olive e formaggio fresco da spalmare sul pane, cercando di non fare troppi pasticci. Ma la cena fatta ‘come si deve’ è parte integrante della vacanza.
Una delle cose che mi stupisce sempre è quanta attenzione dedichino i francesi a fare in modo che mangiare sia un vero piacere anche per gli occhi. Non sono un'appassionata di cucina francese, a mio modestissimo parere il cibo italiano, quando è fatto bene è decisamente migliore, ma in una cosa ritengo i francesi insuperabili: nel modo assolutamente affascinante e curato con cui sanno sistemare la tavola e presentare i loro piatti. Anche nel più piccolo locale sperduto nella campagna si trovano tavole apparecchiate con grazia: magari senza tovaglia, con semplici stoviglie di coccio, ma i bicchieri – ad esempio – non sono mai messi a caso, ma scelti in un colore a contrasto con le stoviglie oppure ci sono fiori freschi in tavola o rametti di erbe profumate legate da un filo di rafia e appoggiate con disinvoltura sui tovaglioli, perfettamente piegati e appoggiati alla sinistra del piatto. Il menu, se previsto è scarabocchiato con il gesso su una lavagna appesa alle pareti, più spesso è recitato a memoria dal cameriere che viene a prendere le ordinazioni. In genere solo pochi piatti, rigorosamente preparati con prodotti del territorio: qualche antipasto, due o tre piatti principali a base di carne o pollo e l’immancabile dessert. I piatti arrivano in tavola sempre ben curati, mi colpisce ogni volta l’attenzione che i francesi dedicano ai particolari, si ha l’impressione che anche nelle cucine di questi piccoli locali a gestione familiare – paragonabili alle nostre trattorie di campagna – ci siano chefs che hanno studiato a Parigi, invece che semplici cuoche di campagna. Le verdure sempre tagliate in pezzi regolari e tutti uguali, se ordinate una vellutata sarà guarnita con un ricciolo di crème fraiche perfettamente riuscito…insomma sono proprio bravi. E danno il meglio nei dessert, per i quali mi sembra perfetta la definizione presa a prestito dagli inglesi di ‘decadent dessert’, in poche parole… irresistibili. La lingua francese sembra fatta apposta per rendere goloso il nome dei dolci ‘molleux au chocolat’ è molto più attraente di ‘morbido al cioccolato’, ‘tarte aux fraises’ suona più croccante e zuccherino di crostata alla fragole e così via. Qualunque cosa ordiniate vi arriverà un piccolo gioiello, da fotografare prima di mangiarlo. Uno dei miei dessert preferiti è questa tarte au citron, in genere la pasta è una brisée leggerissima che scrocchia quando si rompe con il cucchiaino, la crema ha il gusto pungente del limone vero, non dell’essenza di limone e il ciuffo di meringa è talmente perfetto che è quasi un peccato romperlo.

La mia versione di questa torta è fatta con una frolla sottile perché non ho una buona ricetta per fare la pasta brisée, mi viene sempre insipida. Per la crema preferisco usare succo di limone, invece dell’essenza che – mi sembra - dà alla crema un aroma eccessivo e un po’ artificiale, ma qui dipende dai gusti.
Questa tarte è dedicata alla mia amica, quella che abbiamo soprannominato ‘la Principessa’: venerdì 31 era il suo compleanno.



TARTE AU CITRON MERINGUE


Ingredienti per 4 crostatine (diametro degli stampi 8 cm circa):


Per la base di pasta frolla:
90 gr di farina 00
40 gr di burro freddo
40 gr di zucchero a velo non vanigliato
1 tuorlo d’uovo
1 pizzico di zenzero in polvere (pochissimo, la punta di un cucchiaino)


Per la crema al limone:
300 ml di latte intero
2 tuorli d'uovo
100 gr di zucchero semolato fine tipo Zefiro
30 gr di farina ‘00’
1 limone bio (succo e buccia)


Per la meringa:
1 albume
lo stesso peso dell’albume (20 gr circa) di zucchero a velo
lo stesso peso dell’albume (20 gr circa) di zucchero semolato fine, tipo Zefiro

Prepara per prima la pasta.
In una ciotola mescola con un cucchiaio di legno lo zucchero a velo e il burro a pezzetti.
Appena il composto è amalgamato, aggiungi il tuorlo e per ultima la farina setacciata e impasta fino a quando tutti gli ingredienti sono ben amalgamati, ma senza scaldare troppo la pasta con le mani.
Togli l’impasto dalla ciotola, forma una palla, avvolgila nella pellicola e lascia riposare in frigorifero per due ore.
Mentre la pasta riposa prepara la crema.
Metti a scaldare il latte in una casseruola con la scorza del limone, lavata e asciugata e tagliata grossolanamente facendo attenzione non asportare la parte bianca.
Togli dal fuoco prima che inizi a bollire e lascia intiepidire il latte.
Utilizzando una forchetta, sbatti i tuorli con lo zucchero.
Quando il composto è spumoso, unisci la farina setacciata. Amalgama con una frusta. Filtra il latte per eliminare la buccia di limone e aggiungilo a filo al composto di uova, facendo attenzione e non formare grumi.
Versa di nuovo tutto nella pentola e metti sul fuoco a fiamma dolce continuando a mescolare con la frusta, fino a quando la crema comincia ad addensarsi (non deve essere troppo compatta).
Fuori dal fuoco aggiungi 5 o 6 cucchiai di succo di limone (assaggia e regola secondo il tuo gusto), lascia intiepidire la crema e copri con pellicola a contatto, fino al momento di utilizzarla. Appena fredda puoi metterla a riposare in frigorifero.
Prepara la meringa.
Mescola i due tipi di zucchero, in modo da ottenere un unico mix.
In una ciotola metti l’albume  e inizia a sbattere con l’aiuto delle fruste elettriche o di una planetaria. Appena l’albume inizia a diventare un po’ spumoso aggiungi il composto di zuccheri in tre fasi successive (un terzo alla volta) senza mai smettere di sbattere e utilizzando le fruste o il mix a velocità elevata.
L’obbiettivo è quello di ottenere una meringa soda e compatta, la prova ‘classica’ è verificare che la meringa rimanga attaccata alla ciotola quando questa viene inclinata… o addirittura capovolta!
Quando la meringa è pronta, trasferiscila in un sac à poche e mettila in frigo fino al momento di utilizzarla.
Trascorso il tempo di riposo della pasta, accendi il forno a 160 gradi.
Stendi la pasta tra due fogli di carta da forno e rivesti 4 stampini monoporzione (i miei hanno diametro cm 8).
Bucherella il fondo di pasta con una forchetta e fai cuocere in forno i gusci di pasta per 20 minuti, sfornali e lasciali raffreddare (non toglierli subito dagli stampini perché rischiano di rompersi).
Poco prima di servire, accendi il grill del forno a 200 gradi.
Riempi i gusci di pasta ormai freddi con una dose generosa di crema al limone, completa ogni crostatina con un ciuffo di meringa e passalo sotto il grill per 10 minuti o fino a quando la meringa comincia a prendere un bel colore dorato.
In alternativa all’uso del grill, puoi brunire la meringa con una torcia da pasticcere, quelle che si usano per caramellare lo zucchero.
Servi tiepide o a temperatura ambiente.






EASY: mi piacciono molto servite come dessert per il pranzo di Pasqua, accompagnate da un bel pezzo di cioccolato fondente che proviene dalla apertura dell’uovo di Pasqua.


CHIC: uno dei miei pasticceri torinesi preferiti le fa piccole come friandises, sono un’idea carina per il tè del pomeriggio di pasquetta, se piove e si è costretti a stare in casa (e per qualsiasi altro pomeriggio di tè in primavera).


lunedì 20 marzo 2017

Minestra di orzo rape e radicchio

Ci sono vacanze che restano nel cuore… anche se qualcosa è andato storto, riescono a rimanere nei ricordi come momenti di particolare magia. Qualche anno fa a fine agosto abbiamo deciso di trascorrere l’ultimo scampolo di ferie – meno di una settimana – in montagna. Certo la scelta di andare in montagna a fine agosto è un po’ a rischio pioggia e freddo, ma siamo partiti ugualmente. Avevamo scelto un albergo particolarmente confortevole, ai margini di un bellissimo bosco e piuttosto distante dai centri abitati. Per gustare silenzio e pace prima di ricominciare con la solita vita di treno-ufficio-riunioni-treno. Avevamo scelto l’albergo su internet e per quanto lo avessimo immaginato grazioso, non ci aspettavamo che lo fosse così tanto: curatissimo, con la facciata bianca illuminata da decine di vasi di fiori viola e rossi, il tetto di legno spiovente, la camere spaziose e accoglienti e una colazione perfetta al mattino. Tutto intorno un prato verde brillante disseminato di panchine e tavoli di pietra sui quali la sera brillavano minuscole candele. Tutto quel verde a fine agosto .. ci doveva un po’ insospettire. Di fatto è piovuto tutti i giorni. Partivamo la mattina per la nostra passeggiata sotto un cielo grigio ferro e dopo due ore indossavamo di corsa le giacche da pioggia. Rientravamo in albergo nel primo pomeriggio infreddoliti, fradici e con gli scarponi incrostati di fango. Certo avremmo potuto rinunciare del tutto a passeggiare e trascorrere le giornate a leggere di fronte al camino, già acceso a fine agosto. Ma poichè siamo molto testardi, avevamo deciso che quella doveva essere una vacanza di trekking e così è stata. Abbiamo dovuto rinunciare a fare i sentieri che ci eravamo programmati e scegliere passeggiate meno impegnative, abbiamo preso tanto freddo e scattato foto orribili con una luce grigiastra che avvolgeva tutto. Eppure la ricordiamo come una vacanza speciale. Ogni pomeriggio alle 5 la signora che gestiva l’albergo serviva tè e cioccolata calda in un minuscolo salotto riscaldato da un grande camino, insieme al tè fette di torta fatte in casa – ottima una torta di mele di cui non ho mai scoperto la ricetta -, pasticcini mignon e biscotti. E visto che io sono una che ama le attese..  accettavo anche di passeggiare sotto l’acqua sapendo che al ritorno mi aspettava una merenda così piacevole e golosa. Dopo cena in questo stesso salottino era possibile trascorrere la serata a leggere ascoltando musica. Nelle poche ore senza pioggia potevamo prendere in affitto una bicicletta e arrivare al paese più vicino per curiosare nelle viette lastricate di pietra. La sera la cena era sempre ottima, servita puntualmente alle 19,30 (non più tardi) su tavole apparecchiate con tovaglie bianche, stoviglie beige e sempre un piccolo mazzo di fiori al centro. Ammetto di essere una appassionata di ‘apparecchiature curate’ e una tavola apparecchiata con gusto mi affascina sempre e mi fa sembrare quello che mangio ..ancora più buono – una piccola fissazione un po’ folle, lo so. Tra i miei primi piatti preferiti c’era una minestra di orzo, rape e radicchio. Non ho avuto il coraggio di chiederne la ricetta alla signora ed ho cercato di rifarla simile, forse quella originale ha nel soffritto iniziale anche un po’ di lardo o speck, perché il gusto finale è più corposo e intenso, io mi sono limitata ad una versione più leggera da fare ogni volta che si vuole. Anche adesso servita magari tiepida, nelle ultime serate un po’ fredde prima che la primavera arrivi del tutto.

MINESTRA DI ORZO RAPE E RADICCHIO



Ingredienti per 4 persone:
160 gr di orzo perlato
1 grossa rapa
1 cespo di radicchio rosso di Chioggia
1 carota
2 coste di sedano
1 piccola cipolla di tropea
1 litro di brodo vegetale
5 cucchiai di olio extra vergine di oliva e se piace un po’ da aggiungere a crudo prima di servire
Parmigiano grattato per servire

Metti l’orzo a bagno in una zuppiera e sciacqualo fino ad ottenere un’acqua limpida.
Sbuccia la carota e la cipolla e pulisci le coste di sedano togliendo i filamenti.
Lava queste verdure, affetta la cipolla sottile e trita sedano e carota in cubetti, a me piace farli non piccolissimi in modo da vederli e sentirli una volta cotti.
Metti in una pentola capiente (quella in cui cuocerai la minestra) le verdure del soffritto, 5 cucchiai di olio extravergine di oliva e fai insaporire a fiamma bassissima.
Nel frattempo sbuccia la rapa, lavala e tagliata a cubetti di circa 1 cm di lato.
Aggiungi i cubetti di rapa al soffritto, lascia insaporire qualche minuto e copri con il brodo bollente.
Appena la minestra comincia a bollire aggiungi l’orzo scolato dall’acqua, copri con un coperchio e lascia cuocere a forma bassa per 35 minuti.
Mentre la minestra cuoce, lava il radicchio, elimina le coste più dure e tampona le foglie con carta da cucina per eliminare l’umidità. Taglialo in striscette sottili.
Trascorso il tempo di cottura della minestra, aggiungi nella pentola il radicchio, mescola bene e lascia cuocere ancora 7/8 minuti, in modo che il radicchio si ammorbidisca un po’, ma senza cuocere davvero.
Aggiusta di sale se necessario, togli dal fuoco e servi con abbondante parmigiano e, se piace un filo di olio a crudo.


EASY: per un gusto più deciso: metti in una padella antiaderente qualche fetta di speck tagliata a dadini, fai abbrustolire fino a che diventa croccante e servi la minestra cosparsa questi dadini croccanti al posto del parmigiano.



CHIC: è una minestra un po’ rustica, per presentarla in modo più particolare puoi aggiungere sul piatto a fine cottura un ciuffo di radicchio tradivo cotto alla piastra e condito con un filo di olio sale e (se piace) pepe. Da accompagnare rigorosamente con un bicchiere di ottimo vino rosso e un dessert di mele e meringa. Per una cena a due, semplice ma che ricordi una vacanza speciale.



martedì 28 febbraio 2017

Tortelli di frolla e mele per Carnevale

Non ho mai amato le feste di Carnevale. Fin da bambina ero super timida e l’idea di vestirmi da maschera mi atterriva. Ho una ‘bellissima’ foto, avrò avuto forse 6 anni, io e mia sorella mascherate da Primavera con un vestito coloratissimo, svolazzante e pieno di fiori e farfalle, la sottogonna di tulle che lo rendeva un po’ da principessa e le maniche lunghe orlate di trina. Abbiamo entrambe in mano un panierino pieno di coriandoli, lei ride allegrissima io piango disperata. Questa era la mia visione del Carnevale da bambina.
Per quello che ricordo io, ho partecipato ad un’unica festa di Carnevale, a parte quelle ‘obbligatorie’ organizzate dalle maestre dell’asilo e poi della scuola. Quando facevo la terza media, la mia compagna di banco organizzò la festa del suo quattordicesimo compleanno proprio il giorno del sabato di Carnevale. Non so perché ci tenessimo così tanto a festeggiare i 14 anni, ma non potevo mancare. Ovviamente la festa era in maschera e ovviamente non erano ammesse partecipazioni .. in borghese. Così fui costretta a improvvisare qualcosa che non fosse troppo distante dal mio abbigliamento consueto, niente trucco paradossale, abiti coloratissimi e strani o cappellini di carta. Non avevo nemmeno una dose sufficiente di humor per scegliere una maschera ‘maschile’, che so, cow boy o cose del genere. Decisi di vestirmi da ballerina forse o da piccola principessa, non ricordo che titolo avessi dato alla mia maschera. Avevo un maglioncino di angora bianco (che portavo regolarmente sui jeans perché all’epoca vivevo in jeans) ed ero riuscita a procurarmi non so dove una sottana di tulle azzurro pallido lunga ben oltre il ginocchio. Avevo scelto un paio di ballerine di pelle lucida celeste cielo che avevano un piccolo pon pon argentato sulla punta e mia mamma con grande pazienza mi aveva applicato sul tulle della sottana una quantità di stelle argentate. A pensarci ora era una maschera davvero graziosa. Di quella festa ricordo solo tre cose: che i genitori della mia amica avevano trasformato il giardino della loro casa in un bosco di rificolone (le lanterne di carta coloratissime che fanno parte della tradizione fiorentina), sembrava una foresta incantata, che fino all’ora di cena quando i miei genitori vennero a prendermi rimasi seduta a mangiare noccioline in una poltroncina vicino al camino acceso perché avevo freddo, che appena arrivata a casa mi sentii male, forse a causa delle troppe noccioline o dell’influenza. Quella è stata la mia prima e ultima festa di Carnevale (anche se mai dire mai nella vita, ma non è il mio genere). Questo non significa che non mi piaccia il Carnevale, ogni martedì grasso a casa nostra si cena con un antipasto leggero, un piatto di verdure e una quantità di dolci che per due è davvero esagerata. Non possono mancare i cenci fritti, piccoli bomboloni ripieni di marmellata e da qualche anno ho inserito nei miei dolci tradizionali questi tortelli di frolla ripieni di mele, li ho sperimentati variando il ripieno, ma questa versione è quella che preferisco.




TORTELLI DI FROLLA E MELE




Ingredienti per 10 tortelli (il numero dipende dal diametro dello stampino utilizzato, il mio è 5 cm):

Per la frolla:

80 gr di burro
80 gr di zucchero a velo
2 tuorli di uovo
200 gr di farina ‘00’
1 pizzico di zenzero in polvere

Per il ripieno:
1 mela renetta
1 limone bio
1 cucchiaino di caffè di cacao amaro in polvere
1 pizzico (generoso) di cannella
15 mandorle private della buccia

In una terrina mescola il burro a temperatura ambiente con lo zucchero a velo e lo zenzero.
Appena il composto si amalgama aggiungi i tuorli d’uovo. Mescola rapidamente e inserisci la farina setacciandola sul composto, poco alla volta. Aggiungi farina fino a quando la pasta è lavorabile con le mani (potrebbero bastare 180 gr, dipende dalla grandezza delle uova).
Trasferisci l’impasto su un piano infarinato e impasta rapidamente formando un panetto.
Avvolgilo nella pellicola e metti a riposare in frigorifero per almeno 2 ore.
Mentre la pasta riposa in frigorifero prepara il ripieno.
Lava e sbuccia la mela, tagliando ogni spicchio in cubetti piuttosto piccoli (altrimenti sarà difficile chiudere i tortelli se la mela è affettata troppo grande).
Metti i cubetti di mela in una terrina, aggiungi la buccia del limone grattugiata, un cucchiaio o due di succo di limone per non fare annerire la frutta e il cacao amaro. Amalgama tutto e metti a riposare in frigo.
Tosta le mandorle in una padellina antiaderente per qualche minuto, in modo che diventino un poco abbrustolite e croccanti. Quando sono tiepide tagliale grossolanamente.

Trascorso il tempo di riposo della pasta, accendi il forno a 160 gradi.
Stendi la pasta su un piano infarinato in una sfoglia abbastanza sottile.
Usando un tagliapasta (io di solito li faccio rotondi, ma sono molto belli anche rettangolari) ricava 20 cerchi di pasta.
Aggiungi le mandorle alle mele e metti un cucchiaino di questo composto su metà dei cerchi preparati (se il composto di mele avanza, puoi farlo cuocere rapidamente in una pentolina e servire a parte con del gelato). Sovrapponi a ciascuno dei cerchi con il ripieno un altro disco di pasta in modo da chiudere i tortelli, sigilla bene con le mani e metti i tortelli in una teglia foderata di carta da forno.
Fai cuocere in forno già caldo per 20 minuti o fino a quando i tortelli avranno un colore dorato.
Servili tiepidi o freddi (non caldi) spolverati di tanto zucchero a velo.
Si conservano solo un giorno in una scatola di latta per biscotti.

EASY: da preparare per una festa di Carnevale tra bambini, un po’ più leggeri dei soliti dolci fritti (che però sono buonissimi!).



CHIC: da servire con il tè e pochissima panna appena montata anche alle mamme dei piccoli invitati e alle amiche di sempre.


domenica 19 febbraio 2017

Composta di frutta cotta e melagrana

Hygge. Da qualche mese questa parola si legge un po’ ovunque: sui blog (di lifestyle, cucina, arredamento e design…), sulle riviste e sui quotidiani, sugli scaffali delle librerie, in cui compaiono di continuo nuovi libri dedicati all’hygge. Hygge, lo dicono tutti lo ripeto anche io è una parola danese difficile da tradurre – a me viene in mente coziness, ma forse non è la stessa cosa – indica una filosofia di vita che spiega perché i danesi sono uno dei popoli più felici della terra – almeno secondo le statistiche. Hygge è la capacità di apprezzare i piccoli piaceri lenti della vita, quelli legati alla sfera della famiglia, della casa, delle amicizie e trovare in questi una fonte di serenità. Tanto per fare qualche esempio: hygge è una cena ben apparecchiata con tante candele accese sulla tavola, hygge è una tazza di tè e un libro in un pomeriggio piovoso, hygge è fare due chiacchiere con un’amica con una fetta di torta e una tazza di cioccolata calda, un pic nic a due sulla riva di un fiume per festeggiare l’inizio della primavera, raccogliere conchiglie passeggiando sulla spiaggia in un pomeriggio ventoso di autunno. Per me hygge è anche impastare il pane o preparare un dolce profumato di vaniglia nel silenzio totale della mia cucina, cosa di cui – il silenzio – ho spesso immenso bisogno quando torno a casa.
Naturalmente un libro sull’hygge (anzi due) l’ho acquistato anche io perché ero curiosa. All’inizio mi sembrava un po’ ingenuo, ricco di immagini di tazze fumanti, plaid soffici dai colori tenui fotografati sui divani, camini accesi in stanze dalle cui finestre si intravedono giardini innevati. Ci sono indicazioni di cose da fare per sentirsi hygge in ogni stagione, addirittura ricette hygge, una specie di manuale della felicità a portata di tutti, in cui, pare, le parole più gettonate sono candele, camino e cioccolata. Poi ci ho pensato bene, al di là di questa apparente ingenuità, c’è davvero qualcosa da imparare. Per come la vedo io non esistono cose o situazioni hygge: di per sé una tazza di tè non è hygge, per quanto deliziosa sia la miscela scelta, hygge è riuscire a vivere quell’attimo del pomeriggio come un momento di pace totale da dedicare a se stessi o da condividere con mamma e sorella o con l’amica del cuore. Certo l’hygge non può essere una via per la felicità – sarebbe troppo facile – ma un suggerimento molto utile per non farsi sopraffare dai problemi della vita quotidiana, ogni tanto rallentare il ritmo, concedersi qualche piacere slow e sentirsi davvero soddisfatti nel farlo. A questa ricetta tutta danese di candele accese (per quanto io le adori!) aggiungerei qualcosa di più mediterraneo come un pizzico di ironia e di spensieratezza, ingredienti a mio parere indispensabili per affrontare la giornata con un po’ di leggerezza.
Naturalmente è hygge qualsiasi comfort food e divertirsi nel cucinarlo, magari in compagnia. Questa composta di frutta è ispirata ad una ricetta di Elle a Tavola che ho adattato ai nostri gusti. La ricetta originale utilizzava ‘frutta antica’ e un po’ di Marsala, niente zucchero. Io ho aggiunto gli alchechengi e le arance pelate al vivo Divertitevi a speziarla con gusti diversi, anice stellato, chiodi di garofano, cardamomo o cannella, da scegliere in base all’umore della giornata o mischiandoli tutti insieme. Trovo che sia molto buona servita tiepida come dessert a fine pasto. Con o senza candele accese.


COMPOSTA DI FRUTTA COTTA E MELAGRANA




Ingredienti per 4 persone:

2 mele renette
2 pere decana
4 arance
20 alchechengi (se piacciono e se li trovate)
2 cucchiaini da caffè di zucchero di canna
2 stecche di cannella
mezza melagrana

Spremi due delle arance e metti il succo filtrato in un pentolino con lo zucchero di canna e le stecche di cannella.
Lava gli alchechengi e privali delle foglie (è un peccato, lo so, sono bellissimi; al limite puoi tenerne qualcuno da non cuocere e aggiungere per la decorazione finale).
Lava e sbuccia le mele e le pere, privale del torsolo e taglia la polpa a pezzi (non troppo piccoli) di dimensioni simili, in modo che cuociano in maniera uniforme.
Sbuccia le altre due arance e pelale al vivo, eliminando tutte le parti bianche i semi e i filamenti. Taglia ogni spicchio in due parti.
Aggiungi tutta la frutta, tranne le arance, nella pentolina con il succo di arancia e fai cuocere coperto per 5 minuti a fuoco basso.
A questo punto aggiungi anche le arance e lascia cuocere a fuoco lento fin quando la frutta sarà tenera (circa 10/15 minuti).
Mentre la composta cuoce preleva i chicchi dalla mezza melagrana.
Quando la frutta è pronta, togli dal fuoco, lascia intiepidire e servila con i chicchi di melagrana.



EASY: mi piace prepararla per la colazione della domenica. Fatta la sera prima e servita tiepida. In questo caso sostituisco la melagrana con qualche prugna essiccata che faccio cuocere con il resto della frutta.




CHIC: servita come dessert a fine pasto, accompagnata da un cucchiaio di crema inglese aromatizzata con la scorza di un limone bio. Servite la frutta nelle coppette e lasciate la crema in una salsiera in modo che ognuno possa aggiungerla a suo gusto.


domenica 5 febbraio 2017

Cavolfiore gratinato con olive

E’ facile, basta guardare qui, poco più in basso a destra, per leggere che nel 2016 ho inserito su questo blog solo 24 ricette. Pochissime, davvero troppo poche, almeno rispetto a quanto mi piacerebbe fare. L’anno scorso ho avuto poco tempo da dedicare a questo piccolo hobby, presa in altre cose troppo impegnative e assai poco soddisfacenti. Questo non mi ha impedito di cucinare e di fare svariati esperimenti. Abbiamo gustato torte farcite con una soffice crema al cioccolato (ne ho fatte tante….dovevo trovare la formula giusta), nuovi biscotti con uno strano mix di farine, crackers e grissini fatti in casa, zuppe vellutate per cena e insalate preparate con frutta, verdura, formaggi e quadrotti di pane croccante. Ogni tanto abbiamo aperto una bottiglia di vino per brindare al fine settimana e pranzato qualche domenica con tagliatelle fatte in casa, spesse come piacciono a noi, condite con gli ingredienti di stagione: pomodorini profumati appena saltati in padella con un filo di olio e basilico in estate, una salsa vellutata con i funghi ad autunno inoltrato. Ma non ho avuto il tempo di fotografare niente (o quasi) né tantomeno l’ispirazione giusta per scrivere due righe da mettere sul blog. Perché, chi legge lo sa meglio di me, ci vuole tempo per trasformare una pietanza preparata per cena in qualcosa da mettere qui. Serve il tempo per fotografare, rifotografare, scrivere e rileggere, serve l’idea giusta o almeno quella che ti sembra essere quella giusta
E pensando a tutto questo ho capito che non è stata solo mancanza di tempo. In parte la colpa è di quello che ho chiamato il ‘blocco-da-pinterest’. Pinterest è una miniera di immagini bellissime: case da sogno, abiti da principessa e una quantità di foto di ricette creative, nuove, presentate in modo perfetto. Così ogni volta che guardavo un mio piatto pensavo che, si, magari era buono da mangiare – o almeno a noi è piaciuto – ma come potevo mettere la ricetta qui? Troppo semplice, troppo vista, foto bruttina, piatto confezionato malissimo.. insomma ce n’era sempre una. Ma possibile che mi devo stressare anche per questo che dovrebbe essere solo puro divertimento? A me piace cucinare scrivere e fotografare, questo è un bel modo di impiegare un po’ del tempo libero e allora..pazienza se non è tutto perfetto e bello come vorrei. La ricetta che segue infatti ha ben poco di originale, il classico cavolfiore gratinato con l’aggiunta di una manciata di olive nere e qualche fettina di groviera. Si può preparare con il cavolfiore bianco o mettendo insieme quello bianco e il cavolfiore viola, che ha un colore meraviglioso. Quello che avevo acquistato era talmente bello che.. l’ho usato come centrotavola, sistemato su un sottopiatto di vetro e accompagnato da fresie bianche e una manciata di foglie verdi.  


CAVOLFIORE GRATINATO




Ingredienti per 4 persone:

1 cavolfiore bianco (oppure mezzo bianco e mezzo viola) di circa 500 gr
200 gr di olive (io ho usato le taggiasche, ma sono perfette anche quelle greche)
50 gr di groviera
Sale

Per la besciamella:
40 gr di burro
40 gr di farina 00
500 ml di latte intero
20 gr di parmigiano grattugiato
Sale
Noce moscata

Per finire:
Olio extra vergine di oliva
Pangrattato


Pulisci il cavolo privandolo delle foglie e lavalo.
Suddividilo in cimette e mettilo a cuocere in acqua bollente leggermente salata per circa 10 minuti.
Il cavolo si deve lessare ma deve rimanere croccante quindi controlla con una forchetta per capire quando è pronto: il cavolo deve essere morbido abbastanza da poter essere ‘inforchettato’ facilmente ma non si deve disfare.
Se i pezzetti che hai fatto sono piuttosto piccoli impiegherà poco a cuocere restando più saporito.
Mentre il cavolo cuoce inizia a preparare la besciamella.
In un pentolino fai scaldare il latte con un pizzico di sale. Non deve bollire.
In un’altra casseruola metti il burro e lascialo fondere a fuoco bassissimo, facendo attenzione che non inizi a friggere. Appena il burro è sciolto unisci la farina e fai tostare il mix di farina e burro sul fuoco, mescolando in modo che il composto non si attacchi al fondo della pentola.
Quando hai ottenuto una pastella solida e compatta togli dal fuoco e aggiungi qualche cucchiaio di latte tiepido in modo da diluire il composto, quindi aggiungi in una volta sola il latte restante, unisci una grattata di noce moscata (se la usi) e rimetti tutto sul fuoco – moderato – mescolando continuamente con una frusta e facendo attenzione a non formare grumi.
Fai cuocere la besciamella sul fuoco, deve addensarsi ma non diventare troppo compatta. E’ pronta quando vela il cucchiaio come una crema.
Fuori dal fuoco aggiungi il parmigiano grattugiato e aggiusta di sale se necessario.
Accendi il forno a 180 gradi.
Quando anche il cavolo è pronto scolalo e mettilo in una ciotola. Condiscilo con le olive snocciolate e tagliate in pezzi (se sono grosse) e il groviera grattugiato grossolanamente.
Copri il fondo di una pirofila o di una teglia che possa andare in forno con qualche cucchiaio di besciamella e aggiungi la restante al cavolo. Mescola bene e versa il composto all’interno della pirofila.
Metti sul cavolo una spolverata di pangrattato, condisci con un filo di olio e metti in forno caldo per 30 minuti.



EASY: per una cena veloce: accompagnalo con un’insalata di radicchio rosso valeriana e pezzetti di pera. E per concludere quadretti di cioccolata fondente e pane croccante per dessert.




CHIC: è un piatto piuttosto rustico e può essere ingentilito preparandolo in porzioni individuali utilizzando cocotte di coccio da portare direttamente in tavola. Magari aggiungendo una bottiglia di buon vino rosso e un po’ di riso pilaf al posto del pane. 


venerdì 20 gennaio 2017

Pane quasi integrale con i semi

La settimana scorsa qui a Torino è arrivata la prima neve della stagione. Una nevicata lieve, della quale il giorno dopo non c’era quasi più traccia. Niente a che vedere con la tragedia infinita che sta tormentando in questi giorni le regioni del centro Italia. Anche la neve in apparenza così soffice e innocua può diventare un terribile incubo.
Per quanto la neve in città sia considerata da molti una vera seccatura.. a me piace. Mi piace veder nevicare: ha iniziato intorno a mezzogiorno, prima pochi timidi fiocchi, poi una nevicata sempre più consistente. Ero a casa in ferie e dalle finestre della mia cucina vedevo una girandola leggera di fiocchi fittissimi che cadevano mollemente sui tetti. Sarà solo un’impressione ma mi sembra che quando nevica il mondo diventi più silenzioso e tranquillo.
In una giornata così avevo due possibilità. La prima. Uscire sotto la neve, tanto quando nevica non è mai troppo freddo, per passeggiare lungo le strade e nei giardini che diventano poco a poco bianchissimi; dedicare un’oretta di tempo prima che diventi buio a fare un bel pupazzo, di quelli che si vedono nei disegni dei bambini con una carota come naso e due grossi bottoni tondi per occhi. Qui dove abito c’è un piccolo giardino condominiale perfettamente quadrato con un albero di magnolia al centro e negli angoli due piccole panchine di ferro battuto, che erano diventati sinuosi arabeschi bianchi. Ma temo che gli altri condomini (tutti piuttosto seri e severi) non avrebbero gradito un pupazzo proprio al centro del prato e quindi ho rinunciato e sono passata all’opzione due. Ovvero: restare in casa e dedicare il pomeriggio a preparare una cena fatta di pietanze calde, confortevoli e a lenta cottura, di quelle che si possono preparare – almeno questo vale per me – solo in un pomeriggio di ferie. Una vellutata come primo piatto e un arrosto ricco con qualche verdura. Piatti che mentre cuociono diffondono in cucina un piacevole calore e profumo di cose buone. E poi un pane fatto in casa: un mix di farine diverse e gli avanzi di alcuni barattoli di semi (lino sesamo e girasole) che erano rimasti da alcune preparazioni natalizie. Ci è servito come antipasto in attesa che la vellutata si freddasse un po’ e diventasse commestibile: appena sfornato tagliato in strisce sottili e condito sul momento con olio extra vergine di oliva e sale nero di Cipro. Sulla tavola tovaglia e piatti bianchissimi in omaggio alla neve che continuava a cadere e candele verde bosco per … cambiare un po’!!


PANE QUASI INTEGRALE CON I SEMI


Ingredienti per una pagnotta: 

250 gr di farina integrale
120 gr di farina ‘00’
80 gr di farina grano saraceno
300 gr di acqua
7 gr di lievito di birra fresco
1 cucchiaino da caffè colmo di miele di acacia
30 gr di semi di girasole
30 gr di semi di lino
10 gr di semi di sesamo
5 gr di sale fino

In una brocca sbriciola il lievito e aggiungi 150 gr di acqua appena tiepida e tutto il miele. Lascia riposare 10 minuti.
Nel frattempo setaccia in una ciotola le tre farine, aggiungi i semi e l’acqua con il lievito.
Inizia ad impastare aggiungendo gradualmente l’acqua rimasta (potrebbe non servire tutta).
Appena l’impasto è lavorabile con le mani, aggiungi il sale e trasferisci l’impasto su una superficie infarinata.
Impasta almeno una quindicina di minuti, devi ottenere una pasta elastica (con la planeteria sarebbe necessario meno tempo ma io ho preferito fare a mano).
Terminata la fase di impasto, forma una palla e metti il panetto a lievitare in una ciotola pulita, coperta con un sacchetto di plastica che lasci alla pasta lo spazio per crescere e lievitare (quindi la plastica non a contatto con l’impasto).
Lascia lievitare in un luogo riparato fino al raddoppio (io ho impiegato circa tre ore).
Trascorso il tempo di questa lievitazione, preleva la pasta dalla ciotola e dai al pane la forma che preferisci. Io non sono molto brava e faccio solo pagnotte tonde con qualche taglio qua e là, ma si possono ottenere forme bellissime.
Appoggia la pagnotta in una teglia che possa andare in forno, foderata di carta da forno, copri con un canovaccio pulito e lascia lievitare ancora un’oretta.
Dopo una mezz’ora accendi il forno a 220 gradi in modo che il forno sia caldo quando la pagnotta è pronta per essere cotta.
Cuoci il pane a 220 gradi per circa 45 minuti (dipende dal forno quindi dopo 35 minuti comincia a controllare la cottura). Io lo copro con un foglio di alluminio, in modo che non si scurisca troppo in superficie, il mio forno tende a bruciare. Negli ultimi dieci minuti elimino l’alluminio e faccio dorare la pagnotta.
Sfornala e lasciala raffreddare su una griglia.
E’ molto buona e croccante il giorno in cui viene preparata, a mio parere resiste bene, senza essere congelata anche per i tre giorni successivi, perde un po’ di croccantezza ma resta morbida e gustosa.



EASY: come aperitivo improvvisato come abbiamo fatto noi, condita semplicemente con olio e sale.


CHIC: puoi utilizzarlo come base per delle tartine: spalma delle sottili fette di pane con poca robiola, aggiungi sopra un ciuffo di cipolle caramellate e pezzetti di nocciole tostate. Servi queste tartine con vino bianco frizzante.



venerdì 6 gennaio 2017

Sorbetto al Mandarino

Non ho mai considerato il 31 dicembre una vera festa e non mi piacciono le feste di capodanno, quelle con i cappellini, la musica a tutto volume e i giochi da tavolo. La mia festa di capodanno ideale sarebbe una cena a due con una tavola apparecchiata come piace a me, una musica lieve in sottofondo e tante candele accese. Da qualche anno trascorriamo capodanni molto tranquilli in compagnia dei soliti quattro amici, una cena a casa, per la quale ognuno prepara qualcosa. In montagna davanti ad un grande camino acceso oppure in città, l’occasione per noi ‘ragazze’ per divertirsi a indossare un abito un po’ più aggraziato e leggero al riparo del caldo dei termosifoni, invece dei soliti jeans e maglioni pesantissimi.
Quest’anno cena in città, appuntamento per le nove, eravamo invitati quindi liberi fino a quell’ora. Abbiamo fatto una passeggiata in centro, in una città insolitamente silenziosa e tranquilla per essere sabato sera. Non c’era quasi nessuno per le strade e ci siamo divertiti ad indovinare quali case ospitavano una festa: alcune finestre erano solo debolmente illuminate, da altre si intravedevano alberi decorati di mille lucine, altre ancora avevano luci intermittenti sui terrazzi e l’eco di musica e chiacchiere. Quella cui eravamo diretti noi aveva le finestre riparate da tende pesanti dietro le quali si intravedeva il lampadario acceso e una piccola ghirlanda di rami di abete e lucine brillanti appesa al balcone. Abbiamo iniziato a cenare alle nove in punto, aperitivo in piedi, poi una cena lenta e molto piacevole in assoluto relax. Poco prima di mezzanotte abbiamo spento lampadari e abat jour e la stanza è rimasta illuminata solo dalle luci bianchissime che avvolgevano l’albero di natale e da una quantità di candele sparse ovunque sulla tavola e vicino ai divani. A mezzanotte sono comparsi un vassoio di marrons glacés, uno di cioccolatini – in queste feste ho mangiato una quantità di cioccolato.. oltre ogni limite – e una bottiglia di prosecco. Abbiamo stappato, brindato con il rituale cin cin e scambio di baci sotto il vischio e fatto gli auguri a quelli a cui vogliamo bene, che festeggiavano lontani da noi. Anche quest’anno avevamo una piccola scorta di palloncini bianchi cosparsi di polvere argentata che abbiamo lasciato volare nel vento con i nostri desideri, piccoli o grandi, ognuno i suoi. All’una eravamo a casa. Il mio contributo alla cena sono stati gli antipasti e questo sorbetto al mandarino cosparso di chicchi di melagrana che sono bellissimi da vedere e – dicono – beneauguranti.
Buon anno a tutti e un bacio speciale al mio papà perché oggi è il suo compleanno!!


SORBETTO AL MANDARINO


(le dosi sono per circa 300 gr di sorbetto)

250 ml di succo di mandarino (per ottenerlo io ho spremuto 700 gr di mandarini)
100 gr di zucchero semolato
100 ml di acqua

In un pentolino metti l’acqua e lo zucchero e fai sciogliere sul fuoco a fiamma bassissima in modo da ottenere uno sciroppo fluido. Lo zucchero deve sciogliersi completamente ma non deve mai arrivare a bollire. Appena è pronto togli dal fuoco e lascia raffreddare.
Mentre lo sciroppo si raffredda, spremi i mandarini e misura 250 ml di succo. Filtralo e quando lo sciroppo di acqua e zucchero è freddo, aggiungilo al succo di mandarino filtrato. Mescola e versa tutto in un recipiente che possa andare nel congelatore.
Copri con pellicola e metti il mix di succo e sciroppo ne congelatore.
Ogni due ore estrailo, mescola in modo che on si formino cristalli di ghiaccio troppo spessi e rimetti nel congelatore.
Dopo 8 ore e .. 4 mescolate il sorbetto è pronto.
E’ più buono se prima d servirlo sta una 10 / 15 minuti a temperatura ambiente, in modo da tornare più cremoso.

EASY: puoi servirlo nel pomeriggio a chi non gradisce il tè. Prepara dei mezzi mandarini, privandoli della polpa interna e utilizzando le mezze scorze come ciotoline: servi il sorbetto all’interno dei mezzi mandarini cosparso di chicchi di melagrana.



CHIC: a fine pasto come dessert molto light. Mi piace servirlo all’interno dei calici da spumante con sopra, se piace, poco prosecco insieme ai chicchi di melagrana.